Cina e alto di gamma, alcune criticità del mercato che i luxury brand non possono ignorare

Sfide Strategiche
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Che la Cina sia diventata una delle destinazioni priviliegiate dai brand del lusso è storia nota: da Armani a Zegna passando per Bottega Veneta e Dolce e Gabbana, ormai l’alto di gamma parla molto bene il cinese e anche se le stime prevedono un volume d’affari che nel 2015 toccherà i 27 miliardi di dollari (fonte McKinsey&Co.) ci sono alcuni fattori che potrebbero trasformarsi in criticità da tenere sotto controllo.

Secondo quanto riportato dal China Daily, la reale dimensione del mercato del mainland cinese per i beni di lusso è più meno simile a quella dell’ Inghilterra. Nel 2010 il 24,5% del budget destinato agli acquisti dell’alto di gamma è stato speso all’estero, il 34% ad Hong Kong e Macao mentre il restante 41,5% nel mainland. La causa principale sono i prezzi di vendita decisamente elevati rispetto ai prezzi oltreoceano: sugli orologi, per esempio, la maggiorazione del prezzo raggiunge anche il 161%

I brand del lusso, poi, hanno letteralmente colonizzato la Cina con l’apertura di negozi e department store: solo Armani ne ha 104. Il rischio di una diffusione così capillare è la perdita di esclusività del brand a cui va aggiunto il fattore venditori. Per supportare le aperture medie annue, circa 150 luxury stores, sarebbero necessari 3.000 venditori, naturalmente skillati alla perfezione date le elevate esigenze degli shopper cinesi. Il 30% dei potenziali venditori non si presentano neanche al colloquio e per compensare questa mancanza i luxury brand stanno iniziando a costruire dei programmi di formazione ad hoc per i futuri venditori.

Questo non significa ovviamente che il mercato cinese sia già saturo, anzi come abbiamo visto più volte il terreno è fertile specialmente per i grandi brand del lusso, specialmente ora che i consumatori stanno modificando l’ approccio alla griffe, riconoscendo un valore non solo al logo in quanto tale ma anche alla qualità insita nel prodotto

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