L’Italia ha detto no al turismo?

In caduta
Joan Collins,  Anthony Newley

L’Italia non riesce a valorizzare davvero la risorsa che più di ogni altra, insieme al Made in Italy, potrebbe aiutarla a risollevarsi. Secondo l’ultimo Rapporto del World Economic Forum la competitività in campo turistico del nostro paese resta bassa, talmente bassa da posizionarsi al 26° posto dopo Portogallo, Malta, Lussemburgo e Corea.

Lo studio del Wef non è una graduatoria sulla bellezza di ogni Paese, ma si concentra sugli elementi che rendono importante sviluppare l’industria del viaggio e del turismo dei singoli Paesi. Tra i parametri presi in considerazione, le regolamentazioni, la sostenibilità ambientale, la sicurezza, la qualità dei trasporti, l’orientamento verso il turista.

Quello che manca, anzi che ci penalizza, non è l’offerta culturale dato che il nostro paese è tra i leader mondiali dei siti Unesco, quanto delle norme in grado di promuovere e sostenere in modo efficiente l’industria turistica italiana (vi ricordate la tassa di soggiorno per i turisti romani?), che potrebbe essere un vero pozzo senza fondo di profitti se solo cvolessimo sfruttarlo.

Oltre alla burorazia, ad affossare la posizione del Belpaese ci pensa la competitività dei prezzi. Può un giro in  gondola costare 400 euro? Prezzi che neanche lo Shylock di Shakespeare, mentre scendendo a sud, Capri è tra le mete più costose, 241 euro il prezzo medio in hotel, secondo le stime di Hotels.com.

Posizioni di coda poi anche per la flessibilità sul lavoro (132° posto), formazione del personale (121), sostenibilità ambientale (119), tassazione (137, il risultato peggiore per il nostro Paese). In evidenza anche il fatto che il turista straniero in Italia non è sempre accolto benissimo (79° posto per l’orientamento verso i turisti esteri). In fondo anche il turismo è Soft Power.

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