Per il vino italiano è ora di riprendersi la Cina

Sfide Strategiche
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Istituto Grandi marchi e Italia del Vino-Consorzio hanno presentato al ministero per le Politiche agricole un progetto triennale d’intervento per il mercato cinese per un investimento complessivo di 4,7 milioni di euro. L’obiettivo è riprendersi le quote di mercato che sono state lasciate ai nostri vicini d’oltralpe che, anche questa volta, si sono mossi prima di noi, esportando non solo i vini bensì la cultura del vino francese. E (chi l’avrebbe mai detto…) la cultura paga: nel 2012 l’Italia ha esportato vino per appena 75 milioni fra prodotto sfuso e imbottigliato contro i 612 milioni della Francia (nel 2012 il valore delle esportazioni di vino europeo in Cina è stato di 763 milioni di euro, pari all’8,6% delle esportazioni totali di vino dai Paesi Ue).

Nel progetto, che coinvolge anche il ministero delle Politiche agricole e forestali, rientrano gli alfieri del vino italiano quali il Gruppo Italiano Vini, Ca’ del Bosco, Ferrari, Gancia, Marchesi di Barolo, Zonin, Gaja, Mastrobernardino, Donnafugata e molti altri. Uno spaccato di altissimo livello delle cantine italiane: sono 32 quelle rappresentate, per un fatturato di 1,4 miliardi di euro e una quota sull’export nazionale che sfiora il 20% (750 milioni in valore).

«Una situazione insostenibile – sottolineano i presidenti dei due consorzi, Piero Antinori ed Ettore Nicoletto – e il rischio concreto è quello di venire relegati in posizioni ancora meno influenti. Siccome il vino italiano è vincente ovunque nel mondo per qualità, capacità di integrarsi con le cucine locali e prezzo, il problema sta, secondo noi, nella frammentazione della nostra proposta complessiva. Ci siamo presentati in molti contesti, ma sempre individualmente, cercando di spiegare ad un pubblico non compiutamente formato, tutta la complessità della produzione italiana. Troppe informazioni, in troppo poco tempo. Il risultato è che non ci hanno capiti». Alcuni importatori lamentano anche una politica dei prezzi disomogenea.

Il progetto non prevede supporto commerciale ai singoli marchi, cosa che è stata fatta “in via privata” dagli imprenditori. Si cerca piuttosto di colmare quell’assenza di “rete” per la quale gli addetti ai lavori hanno spesso accusato la mancanza di una regia nazionale, molto forte invece Oltralpe. Si parte dalla formazione del personale, con un breviario in italiano e mandarino per coinvolgere e preparare la filiera locale, a corsi per abbinare beveraggio e cibo della cucina tricolore. Il fulcro sarà online: una piattaforma web, sempre in mandarino, che coinvolga blogger, giornalisti e chef dell’ex Celeste Impero. L’investimento iniziale sarà di 4,7 milioni di euro in tre anni, ma l’impegno degli imprenditori – qualora arrivi l’effettivo supporto del ministero – è di ampliare le risorse sul tavolo.

Fonte Repubblica.it

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