Fashion system in Emilia Romagna, non tutto quel che luccica è oro

Sfide Strategiche
liujo

Questa mattina abbiamo potuto leggere un articolo molto interessante pubblicato su Moda24 e dedicato alla filiera della moda in Emilia Romagna. I toni dell’articolo ci sono sembrati piuttosto ottimistici, nonostante alcuni numeri in calo, riportati all’interno del post stesso.

Qui trovate l’articolo originale a cura di Ilaria Vesentini; abbiamo deciso di smontare e riassemblare il suo testo, per dare risalto ad alcuni temi, nello specifico l’ export come principale se non addirittura unica via di fuga per il Made in Italy, la moltiplicazione di aziende cinesi nei distretti italiani, la crescita dei big a scapito dei più piccoli, che o diventano aziende-satellite o sono destinate alla chiusura

La moda rappresenta il terzo settore manifatturiero della regione, dietro a industria meccanica e ceramica, anche per peso dell’export: oltre 5,5 miliardi nel 2012, con un’ulteriore crescita di 2 punti percentuali anche nel primo trimestre 2013.Tuttavia dal 2008 ad oggi hanno chiuso più di 700 aziende e quasi 6mila posti di lavoro sono andati persi. Eppure la filiera della moda in Emilia-Romagna si conferma uno dei settori più resilienti del manifatturiero regionale, come testimonia l’aumento di oltre il 18% dell’export nello stesso periodo (+40% nel calzaturiero). 

In Romagna, lungo il Rubicone è concentrata invece l’eccellenza calzaturiera, «con cinque grandi marchi e relativi stabilimenti tra Pollini, Baldinini, Casadei, Sergio Rossi e Vicini-Zanotti che hanno trainato il distretto di San Mauro Pascoli e relativa filiera tra suolifici e tacchifici fuori dalla crisi nella fascia alta del mercato» afferma Cristian Pancisi, segretario generale Femca Cisl di Forlì-Cesena. «Quello che mi preoccupa – aggiunge – è il calo delle vendite nei negozi e negli outlet italiani di calzature di alta gamma, dove già oggi 9 acquirenti su 10 sono stranieri e ciò significa che pure i nostri storici clienti hanno stretto i cordoni della borsa».

L’evoluzione del distretto di Carpi riassume in sé la storia della moda emiliano-romagnola dell’ultimo ventennio. La crescita del business è andata di pari passo con una pesante riduzione di aziende (-46%) e addetti (-44%) del cluster (14 aziende accentrano il 51% del fatturato) ma anche con un consolidamento dei big, un incremento sia dei marchi propri sia degli investimenti in comunicazione, un ampliamento della gamma e un ritorno alle produzioni made in Italy. A fronte di delocalizzazioni rientrate è andata salendo la presenza di laboratori cinesi. «Un’azienda su cinque nel distretto carpigiano è straniera – spiega Luisa Toschi, segretario regionale Femca Cisl – e il 90% di queste è cinese, parliamo di circa 2mila addetti cinesi». 

Il crac di Mariella Burani, la chiusura di Omsa, l’approdo in tribunale di Valleverde e Germano Zama, il salvataggio in extremis di La Perla, restano dunque macchie su un tessuto ancora solido, dove a sfilacciarsi sono le trame nascoste della subfornitura, pesantemente ridimensionata ma ancora capace di esprimere tutte le specializzazioni necessarie alla committenza.

 

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