Chiasso come i privè: in Svizzera selezione all’ingresso per le PMI italiane

In ascesa
Chiasso (Svizzera), il transito dei frontalieri dalla dogana di Chiasso

Doveva essere un incontro, seppur vivace, fra i piccoli imprenditori lombardi e il ministro per lo Sviluppo Economico, Flavio Zanonato, per trovare un lume di speranza che fermasse l’esodo verso il Canton Ticino. E invece è diventata la rappresentazione di uno psicodramma.

L’incontro è avvenuto lunedì sera allo spazio Malpensafiere di Busto Arsizio, un’iniziativa nata da uno scambio di messaggi fra il giornalista de il Corriere della Sera, Dario Di Vico, e il ministro Zanonato, dopo che 300 imprenditori erano andati a Chiasso  il 26 settembre, nella speranza di trasferirsi, di delocalizzare le proprie piccole imprese. Anche se nella realtà molti sono stati respinti con perdite, perché per una piccola azienda ci sono troppi paletti e regole severe, che non tutti i Piccoli riescono o vogliono rispettare. E così a Busto Arsizio, all’incontro “Meglio in Svizzera?, si sono presentati in mille, con le baionette dei garibaldini.

Intanto però l’esodo verso la Svizzera non si ferma. Ormai sono più di mille gli imprenditori che stanno occupando il suolo del Canton Ticino, e che stanno terrorizzando gli Svizzeri che vorrebbero solo grandi aziende e iniezioni di ingenti capitali per risolvere la loro crisi dettata dalla fuga di capitali stranieri verso paradisi fiscali più sicuri.

Il sindaco di Chiasso è stato categorico: «Non possiamo tollerare che le aziende paghino stipendi che non siano adeguati ai nostri parametri» (un operaio in Svizzera guadagna circa 40mila euro lordi annui). Ecco perché molti imprenditori, arrivati a Chiasso nella speranza di trovare le condizioni per trasferire la loro produzione oltre la frontiera, sono usciti dal seminario scornati. Le istituzioni locali infatti vogliono attirare investimenti e know-how italiano di aziende solide, che siano attratte da una minore pressione fiscale (nel Canton Ticino circa il 20%), ma solo se si adeguano al costo del lavoro, che in Svizzera è molto più alto. E non facciano dumping salariale.

L’esodo delle aziende italiane in Svizzera è in crescita, nei primi sei mesi del 2013 solo dalla provincia di Varese sono approdate 60 aziende. E ogni giorno ci sono 60mila frontalieri che vengono qui, nel Canton Ticino, a lavorare, dove gli abitanti sono complessivamente 340mila. E dove ormai gli spazi per capannoni industriali sono saturi (il 26% delle aziende sono straniere). Quindi, va bene che il sistema moda abbia creato una piccola Fashion Valley (oltre alla storica presenza di Ermenegildo Zegna, negli ultimi anni nel Canton Ticino sono arrivati anche Tom Ford, Gucci, The North Face, Guess, Timberland) perché portano capitali e know-how. E va bene che molte società italiane vengano qui per fare il salto di qualità dell’internalizzazione in un Paese, che favorisce con regole chiare e poca burocrazia l’export verso l’Europa e mercati emergenti; ma non va bene che vengano manovali o artigiani italiani, che offrano servizi a costi bassi. O aprano call center, che si portano dietro i loro lavoratori precari con stipendi da fame. E soprattutto non va bene (per gli svizzeri) che ci sia anche un esodo di traghettatori di aziende che danno fastidio alle lobby di consulenti finanziari, commercialisti, notai ed avvocati indigeni.

Fonte Linkiesta.it

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