Il segreto del successful living di Scavolini sono gli investimenti

In ascesa
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Quello degli ultimi anni è un bollettino di guerra per le imprese: in questa panorama c’è anche chi resiste e rilancia il Made in Italy che forse non fa notizia ma in tempi di congiunture atroci viaggia col segno più. Siamo a Pesaro, uno dei distretti del mobile più importanti d’Italia: il sistema legno-arredo marchigiano conta 24.700 addetti e 2.800 unità locali, metà delle quali sono concentrate nella provincia di Pesaro-Urbino, messa a dura prova dalla crisi di questi anni.

Qui sono nati i big della cucina come Febal, Berloni, Composit, Pedini, Aster. E qui c’è Scavolini, azienda leader nella vendita di cucine componibili con 550 dipendenti (670 aggiungendo la controllata Ernestomeda). Partiti da una bottega, i due fratelli sono diventati leader italiani nel settore di riferimento. Gli ultimi dati diffusi registrano una quota di mercato dell’8,5% (10 quella del gruppo) e un fatturato 2012 pari a 174 milioni di euro con crescita a doppia cifra sui mercati esteri (+10% per Scavolini e +14% per il gruppo).

Nessun licenziamento o cassa integrazione, nemmeno una delocalizzazione. Com’è possibile? È la storia di chi negli anni ha lavorato da formica per poi affrontare la crisi con una parola d’ordine: investire. Il che ha significato rinnovare la linea produttiva, coprire il tetto dello stabilimento di pannelli fotovoltaici che garantiscono il fabbisogno energetico della fabbrica, ampliare la gamma dell’offerta affiancando alle cucine anche l’area living e il bagno. Ma riscoprire pure collaborazioni con designer e altri brand di richiamo, come nel caso della Social Kitchen realizzata insieme a Diesel. E ancora investimenti nel retail con negozi brandizzati in giro per il mondo, il tutto condito da massicce campagne marketing. Racconta a Linkiesta Vittorio Renzi, direttore generale di Scavolini: «Investire è stato possibile perché ci siamo fatti trovare dalla crisi con tutte le carte in regola per poter giocare una partita all’attacco. Buona patrimonializzazione, assenza di debiti, soluzioni avanzate dal punto di vista tecnologico e informatico, un brand forte, così siamo stati in grado di affrontare con successo questa congiuntura continuando a presentare progetti. Nei momenti di crisi le aziende non devono arrestarsi, ma investire per mantenere alti gli standard qualitativi affrontando la concorrenza e i nuovi mercati».

Nel 2013 Scavolini è un’azienda locale e globale: a Montelabbate, paese di 6.000 abitanti conosciuto per i capannoni industriali e le pesche doc, resta l’impianto produttivo con operai, camion e magazzini. Le ricadute sul territorio parlano di un indotto che, tra fornitori e maestranze, Il Sole 24 Ore stimava in 2.000 persone appena un anno fa.

Ma il business Scavolini, soprattutto oggi guarda alla Russia e al Nord America in primis, con negozi e rappresentanti a presidiare i cinque continenti. «L’attenzione – chiosa Renzi – sarà focalizzata anche su paesi emergenti come Cina, India e continente africano». Tutto a partire dal quartier generale marchigiano. «La nostra sede – spiega Valter Scavolini – rimane con orgoglio Pesaro, ma Scavolini è una realtà internazionale e lo dimostra il primo flagship store Scavolini a New York, il più grande punto vendita di cucine di tutta Manhattan». Nel 2013 il cuciniere ha piazzato dieci nuove aperture in Italia e altre in Russia, Nigeria, Colombia, Filippine e Libano, mentre per gennaio 2014 è atteso, tra gli altri, il taglio del nastro a Chicago. Il risiko biancorosso esibisce ottanta punti vendita monomarca nel Belpaese e sessanta all’estero, cui vanno aggiunti i mille negozi che vendono cucine Scavolini in Italia e altri trecento in giro per il mondo.

Sembra una favola, ma la crisi lascia tracce anche a Montelabbate. Valter Scavolini spiega: «Per decine di anni abbiamo camminato con aumenti del fatturato tra il 5 e il 10%, forse quest’anno chiudiamo con un calo di uno o due punti, ma mai con i conti in rosso. La congiuntura negativa ha solo limitato gli utili, ma non abbiamo mai fatto cassa integrazione e il personale è aumentato di una decina di unità». Roba da marziani. Eppure il patron vive in Italia e ha le idee chiare su cosa chiedere alla politica: «Mi sta a cuore il costo del lavoro per le aziende. Da una parte mi piacerebbe aumentare il potere d’acquisto dei dipendenti, dall’altra ritengo che molte realtà imprenditoriali riuscirebbero a ripartire e ad assumere nuove risorse se il costo lordo di ogni singolo lavoratore fosse più basso. Ad un’azienda un dipendente costa il doppio rispetto al salario che il singolo percepisce, questo fa sì che l’imprenditoria italiana perda competitività con l’estero».

Intanto il dg Vittorio Renzi lancia la sfida al futuro, quella che potrebbe essere la stella polare per chi fa impresa in tempi di crisi: «Bisogna continuare a investire in ricerca e sviluppo, mantenere alta la qualità della produzione e lavorare sullo sviluppo della rete commerciale all’estero, questi sono investimenti che a breve termine possono risultare onerosi ma a lungo termine ripagano degli sforzi profusi»

Estratto da Linkiesta

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