Family Business “Figlio mio, un giorno (se sarai capace) tutto questo sarà tuo”

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Ernesto ed Andrea Illy

Non si tratta solo di Bernardo Caprotti. Il caso Esselunga è sicuramente il più celebre, ma la trasmissione delle imprese di padre in figlio sta diventando sempre più complessa, e più rischiosa per le sorti dell’azienda e dei suoi dipendenti. Su 80.000 imprenditori che ogni anno in Italia affrontano la successione generazionale, appena un quarto supera il primo passaggio, il 14% non supera il secondo, mentre al terzo rimane in piedi solo il 5% delle imprese. E il 63% delle imprese che superano il passaggio generazionale non va oltre il quinto anno. La globalizzazione prima, e la crisi negli ultimi anni, hanno esasperato tutti i limiti del “family business”, tipico del sistema italiano: “Emerge la fragilità di un capitalismo familiare – si rileva nel rapporto “Outlet Italia. Cronaca di un Paese in (s)vendita”, pubblicato da Eurispes e Uil-Pa – dove la personalità del fondatore è spesso in grado di svolgere la propria attività meglio di un qualsiasi altro manager, ma il rischio è che il successo acquisito sia dovuto al carisma e alle capacità di quella persona e, quindi, non facilmente replicabile”. L’insuccesso del passaggio generazionale, attesta il rapporto, porta spesso alla svendita del marchio a multinazionali estere: l’elenco è lunghissimo, solo negli ultimi anni ci sono stati 437 passaggi di proprietà
da società italiane a straniere.

Secondo i dati della Camera di Commercio di Monza e Brianza attualmente in Italia ci sono 286.000 imprenditori ultrasettantenni. Oltre il 99% delle imprese italiane sono Pmi: il 93% è a conduzione familiare. Forse è arrivato il momento di abbandonare la collaudata formula “figlio mio, un giorno tutto questo sarà tuo”, e considerare attentamente anche le esperienze degli altri Paesi. “Ogni anno si perdono 600.000 posti di lavoro in Europa per il fallimento del passaggio generazionale. Adesso è anche più difficile perché è cambiato lo scenario di mercato: se l’altro ieri bastava un proprietario, ieri un manager, ora ci vuole una figura davvero imprenditoriale”, dice Toni Brunello, in passato consulente Ue e del ministero dello Sviluppo Economico, fondatore di StudioCentroVeneto, società di consulenza che si occupa della continuità delle imprese.

“Negli altri Paesi il passaggio di padre in figlio non è automatico. Il governo norvegese – prosegue Brunello – ha esaminato oltre 35.000 casi di trasferimenti di quote d’impresa di padre in figlio, scoprendo che se si fa il passaggio “per caduta deterministica” ai figli il trend del successo competitivo sul mercato tende ad essere discendente; se subentrano dei manager si resta grosso modo a galla, con alti e bassi; se si riesce ad agganciarsi a chi già sta sul mercato vi è un’impennata più che proporzionale rispetto a prima. E comunque in Norvegia le successioni di padre in figlio sono circa il 10%, in Olanda il 30-40%, in Danimarca il 60%, mentre in Italia l’80-90%. In ogni caso, le successioni all’estero sono assistite, sia nel caso in cui le aziende vadano ai figli, che nel caso in cui vadano ad altri. In Finlandia regioni e amministrazioni locali si sono collegate in Rete e a breve verrà istituita la nuova figura dell’esperto in trasmissione d’impresa e family business. In Francia vi sono da decenni agenzie specializzate che assistono chi deve trasferire o acquisire una nuova impresa. In Italia c’è stato solo qualche esperimento”.

Ma anche da noi c’è chi decide di trovare un’alternativa alla trasmissione dell’impresa ai figli. Brunello ne ha assistiti molti in oltre 40 anni di attività. A cominciare dai Cielo di Montorso Vicentino. Quando nel 1962 Giovanni, Renzo e Piergiorgio (terza generazione) hanno preso in mano l’azienda, il fratello Sergio ha preferito creare una sua azienda nel settore orafo, ed è da anni lo sponsor di Miss Italia con il marchio Miluna. Non solo: l’azienda vinicola Cielo, che intanto è arrivata alla quarta generazione con Luca e Pierpaolo, nel 1999 ha ceduto una quota ad una delle più importanti cooperative vitivinicole italiane, le Cantine dei Colli Berici di Lonigo, mantenendo la direzione generale. Altro caso è quello della Prenotatur di Vicenza, una microimpresa turistica gestita da una coppia di sorelle: “Una di loro ha due figli, – ricorda Brunello – ma entrambe hanno preferito cercare una continuatrice tramite l’associazione di categoria, l’hanno trovata, ed ora va molto bene. Si può fare!”.

Fonte Repubblica