Incendio a Prato, il caro prezzo del pronto moda

In caduta
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L’azienda cinese di abbigliamento pronto moda che ha preso fuoco a Prato è una delle 3.500 imprese orientali attive nella filiera delle confezioni a basso costo che, in poco più di vent’anni, hanno dato vita nella città toscana all’unico distretto etnico d’Italia, alimentato dall’evasione fiscale e dallo sfruttamento della manodopera clandestina.

L’economia illegale cinese di Prato oggi vale almeno un miliardo di euro l’anno. La stima si ricava dal giro d’affari raggiunto dal distretto cinese dell’abbigliamento low cost: due miliardi di euro all’anno (per il 50%, appunto, sommersi), frutto di un milione di capi di vestiario cuciti ogni giorno con l’etichetta made in Italy da un ‘esercito’ di almeno 30-35mila lavoratori provenienti dalla Cina: di questi solo 12 mila hanno un contratto di lavoro, che nel 90% dei casi è a tempo indeterminato (perché quasi sempre accompagnato da una lettera di dimissioni in bianco) e part time (così da pagare meno contributi). Il 70% della produzione cinese è diretto all’estero, il 30% finisce nei mercatini rionali e nei negozi italiani.

Il distretto di Prato oggi è la più grande concentrazione manifatturiera cinese del Belpaese, che continua a crescere nonostante la crisi (+2% le aziende nel 2012), e che si affianca, con scarsi punti di contatto, allo storico distretto tessile pratese, votato alla produzione di tessuti e filati (2.800 aziende, 20mila addetti, 3 miliardi di fatturato per il 50% all’export) e tradizionale locomotiva dell’economia cittadina, da tempo alle prese con la crisi globale.

Il distretto cinese dell’abbigliamento low cost di Prato è il ‘prodotto’ della più grande comunità cinese d’Italia in rapporto agli abitanti (191mila residenti a Prato, di cui 16mila cinesi a cui si aggiungono i non-residenti, per un totale che supera i 40mila orientali), comunità che oggi conta 4.830 aziende concentrate nel settore manifatturiero.

Aziende che aprono e chiudono a ritmo vertiginoso (il tasso di turn over è del 45,3%, contro il 13,2% delle imprese italiane); che, proprio per sfuggire ai controlli e alle sanzioni e poter chiudere rapidamente, hanno in larga parte natura di ditte individuali (88,3%); che vivono mediamente appena due anni. Il sistema organizzato di illegalità cinese ha attirato da tempo la criminalità organizzata, come documenta una maxi inchiesta della procura antimafia che ipotizza il riciclaggio via money transfer di quasi cinque miliardi di euro a opera di un’organizzazione mafiosa italo-cinese; ma ha alimentato anche la distorsione del sistema economico, ad esempio con la concessione di mutui a cittadini cinesi con redditi da fame da parte di un ventaglio di banche cittadine, su cui stanno indagando Procura di Prato e Banca d’Italia.

 

Fonte ilSole24ore

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