Stone Island, meglio soli che male accompagnati?

Sfide Strategiche
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Mesi di trattative, voci più o meno incontrollate sui nomi dei fondi e dei grandi gruppi coinvolti e, all’inizio dell’anno, una vendita data per certa. Poi, il 20 gennaio, l’annuncio ufficiale di Carlo Rivetti, proprietario di Stone Island e della società che controlla il marchio, la Sportswear Company di Ravarino: «Vado avanti da solo».

Nel 2013 il fatturato è cresciuto del 12% a 70 milioni, con un Ebitda a 9,5 milioni, in aumento di oltre il 50% sul 2012. «Possiamo già confermare questo trend molto positivo anche per il 2014 – spiega Rivetti – Gli ordini per la primavera-estate 2014, già tutti consegnati ovviamente, sono cresciuti del 12,6%, con un risultato molto positivo persino per l’Italia, che cresce meno dell’Europa, ma aumenta pur sempre dell’8,2%.  Ho quasi paura a dirlo, ma Stone Island va come un treno e, per fortuna, siamo poco indebitati con le banche e non abbiamo clienti wholesale insolventi».

Ma allora perché dare un mandato a Rothschild nel settembre 2013 per cercare compratori? «Non l’abbiamo fatto per divertirci, abbiamo preso la cosa molto sul serio, perché la nostra dimensione è un limite oggettivo per svilupparsi all’estero – risponde Rivetti – Nel 2013 l’export è arrivato al 64% e continuerà ad aumentare, ma per crescere su mercati dove non siamo ancora presenti, come la Cina, e su aree estremamente competitive, come gli Stati Uniti, ci vogliono risorse enormi. Dalla ricerca affidata a Rothschild sono arrivate proposte interessanti, però nessuna aveva tutti gli ingredienti che cercavamo, cioè competenza, condivisione di una strategia, volontà di tutelare il Dna del brand e un certo grado di continuità nella leadership aziendale».

Secondo le voci più accreditate le offerte “finaliste” erano quelle degli americani di Vf, che avrebbero messo sul piatto 120 milioni, e della Only the Brave di Renzo Rosso, di poco inferiore.
«Le risorse economiche sono importanti, ma forse abbiamo capito cosa ci rende unici e qual è l’identità che vogliamo tutelare – conclude Rivetti – Siamo come Steve Jobs, folli e un po’ incoscienti, per quanto riguarda gli sforzi in ricerca e sviluppo. Se ci appassioniamo a un progetto, a un sogno per un nuovo tessuto, siamo capaci di perderci mesi di lavoro, studio, denaro… E magari poi non lo mettiamo in produzione: quale multinazionale ci garantirebbe questa libertà? Meglio andare avanti da soli».

Fonte moda24

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