Monini, storia di un olio alla scoperta del mondo

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Arrivare in Cina prima che i cinesi arrivino in Italia e nel resto del mondo. E’ la preoccupazione di Zefferino Monini per preservare la leadership italiana in fatto di extravergine. Dopo il pomodoro, il prossimo allarme, infatti, pare sarà proprio sull’olio. “Nello sconfinato territorio cinese vi sono diverse zone adatte alla coltivazione dell’olivo – chiarisce il titolare dell’azienda umbra, nonché vicepresidente di Federolio – e so che le produzioni sono già state avviate, secondo un progetto ben articolato”. Per la spoletina Monini (125 milioni di euro il fatturato 2013), che ricava oltre il 33% del giro d’affari oltre confine ed è il secondo marchio di riferimento in Italia, diventa una priorità non farsi battere sul tempo. Saranno quindi proprio Cina e Indocina i primi obiettivo di export in cui portare il prodotto italiano, e gli accordi sono già avviati. “Sarebbe facile per noi servirci della nostra presenza in Australia come piattaforma produttiva per espanderci in Oriente – chiarisce Monini – ma preferiamo arrivarci con il vero made in Italy. E’ quello il valore che il nome Monini porta con sé”.

Già perché Monini dall’altra parte del mondo c’è già e da diversi anni. Ovvero dal 2001, quando un ‘esperimento’ si è trasformato in una felice intuizione di business. Zefferino, infatti, 13 anni fa, un po’ per sfuggire la stagionalità e avere olio fresco tutto l’anno, un po’ per cercare un Paese economicamente e politicamente più stabile dell’Europa (siamo all’indomani dell’attacco alle Torri Gemelle), un po’ per vedere ‘l’effetto che fa’, ha iniziato a coltivare le prime 106mila piante di ulivo, rigorosamente portate dall’Italia, su 700 ettari. Che poi sono cresciute e oggi producono un extravergine eccellente. “Esclusivamente per commercio locale – si affretta ad assicurare Zefferino. Solo in qualche occasione le bottiglie australiane sono state vendute in Italia, durante una promozione dedicata in Esselunga, negli Stati Uniti e in Polonia, ma sempre a scopo promozionale. Al di fuori di questi casi, la nostra mission è portare l’olio dall’Italia in tutto il mondo”. Che poi dove lo si trovi tutto questo olio made in Italy non si sa, visto che già siamo un Paese fortemente importatore. In Italia, infatti, si producono circa 300mila tonnellate di olio, mentre tra mercato domestico ed esportazione la cifra sale a 600mila, il doppio a cui si deve ancora aggiungere la richiesta di 150mila tonnellate dall’industria alimentare. E se la matematica non è un’opinione all’appello mancano 550mila tonnellate di extravergine.

Per questo insisto sul fatto che varrebbe la pena di produrre di più – ribadisce Monini – e diventare più efficienti. Prima che altri Paesi in forte sviluppo ci soffino il primato di questa eccellenza. Le possibilità ci sarebbero, se solo si facessero diverse politiche agricole nel nostro Paese. In Monini comunque abbiamo già un nostro progetto per sviluppare la produzione nella Penisola, attraverso nuovi terreni da coltivare e nuove tecnologie che aumentino efficienza, abbassando i costi e mantenendo costante la qualità, ma è presto per parlarne. Soprattutto perché anche l’attuale Governo sta pensando a un piano specifico e magari ci sarà la possibilità di sviluppare tutto questo insieme, grazie a cofinanziamenti con fondi europei e italiani”. Quindi c’è sempre l’Italia al centro dei pensieri di Zefferino, ma sempre meno come Paese di consumo (le vendite di extravergine hanno perso oltre il 12% negli ultimi due anni) e sempre più come Paese di produzione per l’estero.
Oltre all’Oriente, Zefferino Monini vede ottime possibilità in Sudamerica, soprattutto Brasile e Messico, “un Paese in euforia di consumi, tanto che i messicani stanno tornando dagli Stati Uniti”, e nel Nord Europa. Oltre a consolidare le certezze: oggi Monini è al primo posto tra i marchi italiani importati in Russia, dove l’Italia risulta essere la seconda esportatrice di olio extravergine, dopo la Spagna. Presente da 15 anni nel Paese più grande del mondo, ha chiuso il 2013 con una crescita a valore del 10% su un fatturato di 8 milioni di euro. E le intenzioni sono di accelerare tale sviluppo grazie a una distribuzione più capillare nelle regioni periferiche.

Negli Usa serve formazione sulla qualità

Ma anche oltreoceano Monini colleziona successi. Nel già citato Brasile e negli Stati Uniti (dove, tra l’altro, è fornitrice di Eataly), con la filiale Monini North America Inc. nel Connecticut che dal 2000, anno di fondazione, ha quintuplicato il fatturato, arrivando a raggiungere un prezzo di trasferimento dall’Italia agli Usa di 7,5 milioni di dollari. “Negli States – ammette Monini – non stiamo crescendo come ci si aspetterebbe da quel Paese: è ancora troppo sensibile al fattore prezzo e poco informato sulle differenze qualitative. Ma noi non cambiamo la nostra politica di qualità e di prezzo per nessun mercato. Piuttosto, preferiamo svilupparci più lentamente pur di costruire un percorso consolidato nel tempo”. Ma buone speranze di aumentare in fretta i business arrivano dall’accordo con Kroger, seconda catena alimentare americana dopo Wal-Mart. Sempre che la produzione dall’Italia abbia modo di supportare un simile sviluppo.

Fonte Food24

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