Alimentare e finanza, una sintesi è possibile?

Sfide Strategiche
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Il binomio può essere vincente, ma questi due mondi devono fare un passo l’uno verso l’altro, cosa decisamente meno scontata di quanto si possa pensare. Questo quanto emerso al termine delle tavole rotonde organizzate da D Club durante il convegno Finance for Food, che si è tenuto presso la sede di Borsa Italiana a Milano.

Secondo Raffaele Jerusalmi, amministratore delegato di Borsa Italiana, ci sarebbero potenzialmente 200 società italiane quotabili nel settore food & beverage, per una capitalizzazione complessiva di una trentina di miliardi di euro, contro gli otto attuali delle 12 aziende che sono attualmente scambiate sui vari listini italiani. L

La cifra ipotizzata da Jerusalmi è sicuramente interessante e lo sbarco in porterebbe tante nostre aziende a rafforzare il patrimonio, molto spesso debole e incapace di sostenere investimenti di una certa entità. Il 2015 si presenta poi come un anno positivo per le borse europee e il Qe deciso dalla Banca centrale europea porterà molta liquidità sui mercati, disponibile per chi offra investimenti. Forse è questo il motivo per cui – notizia data proprio durante il convegno – Massimo Zanetti beverage group ha deciso di riprendere l’iter per la quotazione, che avverrà entro il 15 maggio di quest’anno secondo quanto ha dichiarato Pilar Braga, consigliere d’amministrazione della società e responsabile per Australia e Nuova Zelanda, intervenuta ad una delle tavole rotonde.

Cosa c’è di buono nella quotazione

 “Se l’obiettivo è la crescita, grazie alla quotazione si attraggono capitali, ma anche talenti manageriali indispensabili per mettere in pratica correttamente i piani di sviluppo” –  Kunze Concewitz, a.d. di Campari. Spesso le aziende italiane mancano di tutte e due, nonché di una adeguata e trasparente governance, altro aspetto ritenuto decisivo per attrarre capitali.

I fondi di Private Equity

L’apertura a un fondo di private equity potrebbe essere un passaggio intermedio verso la quotazione, per mettere a punto una buona governance, sistemi di controllo trasparenti e tarare gli assetti tra le varie anime dell’azienda” ha detto Camillo Greco, head of M&A consumer, retail, healthcare Emea di Jp Morgan.
Ma quanto è concreto l’interesse del private equity verso il food nostrano? “Noi non siamo interessati a società di nicchia  ma a società e brand con potenzialità internazionali. Le aziende italiane sono troppo piccole e locali: in questo momento c’è bisogno di qualcuno che le aggreghi e faccia emergere le reali potenzialità” queste le parole di Andrea Bonomi, fondatore di Investindustrial

Se a questo si aggiunge la complessità propria del sistema Italia per gli investitori, si comprende bene il perché ci siano poche operazioni di private equity” l’opinione di Raffaele Vitale, managing director Italy di Pai Partners

Andrea Rigoni spiega bene quello che è il paradosso del food italiano: “Il nostro punto di forza, che è la ‘biodiversità’ delle nostre produzioni, spesso di nicchia, finisce per essere il punto di debolezza quando si vuole crescere, perché non viene ben compreso dagli investitori finanziari. I tedeschi, al contrario, hanno pochi prodotti molto omologati e sui quali fanno grandi volumi”. E la Germania esporta più agroalimentare dell’Italia, per quanto questo possa apparire incredibile se visto dalla Penisola.

Insomma, molti se e molti ma tra il mondo della finanza, così come in quelli dell’industria: “I tempi e modi della finanza non sono sintonici con quelli del food. Noi spesso abbiamo bisogno di investimenti rilevanti e di tempo per avere un ritorno, tutto il contrario di quel che cerca la finanza” è la sintesi di Guido Barilla, presidente della omonima società

Fonte Foodweb

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