Fondi di Private Equity, tiriamo le somme

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Il private equity è un buon partner per le matricole di Borsa. A sostenere l’alchimia del binomio è una ricerca di Intermonte e del Politecnico di Milano sulle cosiddette venture-backed Ipo, definite come le offerte pubbliche iniziali, finalizzate alla prima quotazione in Borsa, organizzate da imprese nel cui azionariato compaiono investitori professionali come fondi di private equity e venture capital, ma anche banche e società finanziarie.

Secondo la ricerca presentata ieri, in Italia dal 1997 al 2015 sono state 99 le Ipo definibili in senso lato come venturebacked, rispetto alle 304 totali: fra queste, 9 aziende si sono quotate sulla piattaforma Aim Italia.

Se poi si restringe l’orizzonte temporale e si guarda al periodo 2008-2015 sono state complessivamente 25 le quotazioni sull’Mta, di cui 9 propiziate da un private equity. Ebbene, in questo periodo temporale le Ipo sul listino principale favorite da un fondo di private equity o di venture capital in media non soltanto battono il mercato, con un rendimento differenziale che dopo un anno e mezzo si assesta fra il 30% e 40%, ma sono generalmente migliori in termini di performance rispetto alle quotazioni di aziende dove non ci sia la presenza di investitori finanziari (le cosiddette Ipo non venture backed) che hanno invece un differenziale attorno al 20-30%. Fra i casi più virtuosi degli ultimi anni che hanno visto coinvolti investitori finanziari nelle Ipo ci sono Moncler (portata in Borsa da Carlyle), Anima (dove era presente Clessidra), Cerved (quotata da Cvc) e Yoox (dove era presente un pool di investitori tra i quali Balderton Capital, Nestor 2000 e Kiwi I e II).

 

Fonte Sole 24 Ore

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